Riflessioni sull’estetica musicale:tributo ad un artista ibleo
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I documenti musicali iblei. di Dario Adamo

Il passato e il presente.

Il secolo che si conclude ha rappresentato per la realtà iblea un’epoca di accelerata modernizzazione attuatasi attraverso l’omologazione ai modelli proposti dalla civiltà industriale e capitalistica occidentale. Il cambiamento nelle dinamiche sociali è un fenomeno auspicabile, ma quando l’acculturazione - uno dei fattori che può indurre la mutazione all’interno di una cultura - avviene a seguito di un’imposizione subdolamente coatta di stilemi e di apporti massificanti, alla cultura ricevente viene impedito l’istaurarsi di una dialettica positiva che faccia assumere il nuovo in maniera critica. Nel caso della nostra cultura, il processo di modernizzazione ne ha frantumato la struttura rendendola disorganica: ad un cresciuto benessere materiale non si accompagna una migliore qualità della vita o, se vogliamo, un adeguato benessere spirituale. Se le querelles e le esperienze culturali che hanno caratterizzato la storia europea fino al Novecento non sono giunte fino a noi, in compenso i messaggi abbrutenti e le mode consumistiche pervadono ormai il nostro modus vivendi. Questo fenomeno necessita di essere contrastato per riaffermare una nostra identità. In primo luogo, vanno creati contatti umani che rompano l’isolazionismo che solitamente caratterizza l’atteggiamento dell’intellettuale ibleo e che instaurino un dialogo interno per poi proiettare e comunicare le idee maturate verso l’esterno. In secondo luogo, vanno ampliati i campi d’indagine: soprattutto in ambito locale l’esclusivo culto della parola, fautore di una pur florida e pregevole produzione letteraria, ha spostato l’asse della riflessione sull’uomo e sulle cose verso la sfera umanistica a scapito di quella scientifica (comprendendo sotto quest’ultima accezione anche la tecnologia e le cosiddette ‘scienze sociali’).

La mancanza di contatti fra operatori culturali e la concentrazione solo su alcune discipline, si ripercuote ovviamente anche nel settore musicale locale dove, addirittura, non si vanta alcuna tradizione di studi musicologici e lo scenario che si ha di fronte evidenzia una progressiva dissipazione dell’habitat sonoro originario. Per poter salvaguardare la nostra cultura musicale dal totale naufragio - pur nell’impossibilità di risalire ad eventi che varchino a ritroso il Seicento - bisogna concentrare l’attenzione sulle fonti orali e scritte compiendo un esaustivo monitoraggio dei documenti superstiti, per poter poi affrontare l’analisi di quanto ancora occultato e protetto (si fa per dire) da uno spesso strato di polvere.

Tentativo utile per la ricerca dell’identità collettiva perduta è il recupero della nostra musica etnica. Come riflesso di una situazione riscontrabile in tutto l’occidente ‘civilizzato’, in ambito locale i relitti di musica autoctona sono meglio ascrivibili sotto la categoria ‘musica popolare’ perché fotografano una delle ultime fasi della musica etnica nel cui seno si è verificata una scissione e un allontanamento progressivo fra tradizione orale, legata alle classi meno abbienti, e tradizione scritta, espressione dei gusti della classe egemone (ma spesso frutto di musicisti provenienti dalle classi inferiori al suo servizio). Lo studio etnologico e, nello specifico, etnomusicologico vanta una tradizione che altrove è ormai più che centenaria e che dalle nostre parti stenta a decollare dopo un avvio bruciante a cavallo degli ultimi due secoli (basti pensare, per lo studio del folklore ibleo, a Serafino Amabile Guastella, nobile chiaramontano attivo nel dibattito demopsicologico che porterà alla nascita dell’etnologia italiana ad opera di Giuseppe Pitré). La tradizione musicale autoctona della Sicilia sud-orientale, nonostante alcuni lodevoli tentativi di rifunzionalizzazione e spregevoli operazioni di folklore turistico, è oggi quasi del tutto scomparsa o comunque non è più un oggetto vivente: nel migliore dei casi essa permane come sbiadito ricordo nella memoria di alcuni anziani; testimonianze relativamente più consistenti si conservano su supporti sonori o trascrizioni realizzati sul campo da ricercatori privati durante l’ultimo cinquantennio. Alla fase di raccolta non è seguita però un’analisi sistematica del patrimonio etnofonico superstite (o forse non sono stati resi pubblici gli esiti di un’eventuale studio): per riavviare e completare l’indagine occorre che gli archivi e le biblioteche pubbliche si attivino per ottenere dai suddetti ricercatori duplicati delle loro registrazioni (se ancora esistenti) e mettano in cantiere progetti di ricerca e tavole rotonde sull’argomento.

Ad un altro settore disciplinare pertiene lo studio delle fonti musicali scritte, espressione che comprende non solo partiture manoscritte e a stampa, ma anche schizzi e abbozzi compositivi, epistolari, locandine e letteratura grigia che abbia come oggetto la vita musicale. Il nostro territorio, per essere stato estremo ed appartato lembo di un’isola, da sempre terra di conquista e avamposto di governatorati coloniali, nonché sfortunato protagonista di luttuose catastrofi naturali, probabilmente non ridarà mai alla luce i manoscritti liturgici musicali delle confessioni religiose succedutesi sul nostro suolo, né i reperti attestanti la vita di corte: questo tipo di documenti, pur esistiti, sono stati portati via ad ogni cambio di guardia. Se la povertà di risorse antiquarie viene generalmente addebitata alla cattiva sorte, essa è dovuta in parte anche alla noncuranza degli operatori culturali indigeni del passato. Non per questo oggi non si deve pretendere la massima cura per tutto quel che ci rimane nel tentativo di evitare la definitiva recisione col passato. La nostra provincia, dando retta alla Guida musicale della Sicilia : 1989-1991 (Palermo, Regione Siciliana, 1995) sarebbe avara di documenti cartacei, segnalando tra gli archivi e le biblioteche che possiedono materiali d’interesse musicale solo le biblioteche comunali di Ragusa e di Monterosso Almo1. Chi consulta tale guida, che nell’intenzione vuole recensire tutto il patrimonio musicale dell’isola, riceve l’immagine di un’area geografica, la nostra, come fosse ancora in una fase preletterata. La visione d’insieme risulta così parziale e deformata perché, chi ha raccolto le informazioni per la provincia di Ragusa, ha lavorato superficialmente e non ha capito che essa offre molto di più. È certo che per conoscere a fondo la realtà ragusana in fatto di documenti musicali scritti bisogna, oltre che agire sul posto, essere profondamente motivati e curiosi poiché le notizie circa l’esistenza degli stessi non sono accessibili al pubblico, ma circolano in ristretti ambienti culturali (ecco che fa nuovamente capolino il problema della incomunicabilità fra gli intellettuali, problema i cui esiti ricadono su potenziali fruitori e comuni cittadini). Un approssimativo monitoraggio di tali documenti rivela alcuni dati di massima circa la loro natura: si tratta di musica a stampa o manoscritta - di autori locali e non - appartenenti ai generi pianistici da salotto (valzer, polke, mazurche, e così via), al genere bandistico, o al genere operistico (nella forma di riduzioni per canto e pianoforte). L’esiguità del posseduto ufficiale (cioè reso pubblico) è dovuta anche al fatto che il materiale musicale cartaceo è avidamente conservato dai privati (nonostante esso non abbia un cospicuo valore di mercato, bensì storico e bibliografico d’interesse meramente locale) oppure giace, non valorizzato, nei magazzini di biblioteche o di archivi comunali senza un’adeguata catalogazione e spesso addirittura senza inventariazione, per la difficoltà catalografica mostrata dai bibliotecari nei confronti della peculiarità biblioteconomica del documento musicale. Senza contare che in queste situazioni le raccolte vengono custodite, spesso e volentieri, in condizioni precarie, alla stregua di luce, polvere e umidità. Per sanare questa situazione l’unica soluzione percorribile è quella volta a finanziare progetti d’inventariazione e catalogazione di quanto posseduto e dimenticato nei nostri archivi e biblioteche pubbliche al fine di offrire notizie e strumenti efficaci all’utenza. Per incentivare la ricerca bisognerebbe creare un fondo provinciale che raccolga fac-similes (xerocopie) dei manoscritti e delle stampe di autori locali (sperando anche nella collaborazione dei privati). A tal proposito si segnala che l’Archivio di Stato di Ragusa, rispondendo alle direttive nazionali, è attualmente l’unica istituzione che, a livello locale, può vantare l’espletamento delle operazioni catalografiche del materiale musicale posseduto2. Sebbene gli Archivi di Stato prevedano per i loro documenti musicali la creazione di un catalogo cartaceo e informatico autonomi, sarebbe auspicabile che essi comparissero non solo come fac-similes nel fondo poc’anzi ipotizzato, ma anche come notizia bibliografica in una (purtroppo) avveneristica banca dati provinciale.

A completamento della disamina sulla situazione documentaristica musicale in provincia di Ragusa vanno citati altri due settori: l’organologia e l’iconografia musicale. Per il primo, attinente lo studio degli strumenti musicali, a parte l’operazione di inventariazione e restauro degli antichi organi liturgici, è mancata una ricognizione di altre tipologie di strumenti d’interesse storico, anche perchè posseduti da privati3. Per quanto riguarda il secondo settore, nessun ente pubblico (organo competente è in primis la Sovrintentendenza ai Beni Culturali di Siracusa) ha finora promosso progetti di inventariazione e di studio, nessuna associazione ha organizzato mostre e nessun ricercatore privato ha dato alle stampe lavori sulle immagini musicali (vascolari, scultoree e pittoriche) presenti nei musei, residenze private e luoghi di culto iblei.

Il presente e il futuro.

Per affrontare e recepire criticamente il nuovo e il diverso, oltre sondare il proprio ambito geografico, bisogna porsi anche il problema della trasmissione dei risultati della ricerca locale all’esterno. Gli strumenti tradizionali più efficaci sono, oltre alle pubblicazioni, l’organizzazione in loco di incontri nazionali ed internazionali e la partecipazione ai meetings tenuti fuori provincia. Per la diffusione e la ricezione del materiale cartaceo, antico e moderno, si potrebbe far affidamento ad un progetto nazionale SBN (Servizio Bibliotecario Nazionale) promosso dall’Istituto Centrale per il Catalogo Unico che mediante mezzi informatici vuole rendere pubblico internazionalmente il posseduto di tutte le biblioteche italiane: l’adesione al progetto da parte delle singole biblioteche consente un risparmio energetico agli operatori grazie alla catalogazione partecipata e offre un servizio eccezionale all’utenza per la possibilità di reperire documenti situati altrove. Al progetto SBN aderisce anche la Sicilia con un suo Polo costituito ancora solo dalle Biblioteche Regionali di Palermo, Messina e Catania e dalla biblioteca della casa-museo pirandelliana di Agrigento. Il suddetto Polo non ha ancora un coordinamento per quanto riguarda la catalogazione dei documenti musicali. Sul nostro territorio da qualche anno è cominciato il processo di informatizzazione delle biblioteche ma l’adozione di softwares diversi renderà dispendiosa la futura connessione al Polo-Sicilia (mancando addirittura un dialogo e un coordinamento tra le nostre biblioteche, il problema non si è ancora posto). L’ampliamento delle biblioteche comunali iblee o il loro trasferimento verso nuove sedi - già attuato o in progetto - oltre a tener conto di spazi destinati all’ascolto individuale della musica, dovrebbe prestare attenzione ad un’adeguata catalogazione anche dei documenti musicali moderni. Libri di natura musicologica o d’interesse musicale e supporti sonori sono già presenti ma con l’aiuto di esperti le raccolte potrebbero essere potenziate in economia. Occorre inoltre organizzare incontri e dibattiti attorno ai più svariati argomenti per consentire agli utenti un’aggiornamento e un contatto col mondo esterno, oltre a permettere loro una fruizione sempre più profonda e consapevole dei documenti conservati, antichi o moderni che siano.

In ultima analisi, occorre che venga creato un gruppo di lavoro o un ufficio per dar vita ad una banca dati informatica provinciale (da riversare eventualmente in un sito Internet dedicato) che riunisca tutte le informazioni locali che abbiano a che vedere con la musica e con le sue testimonianze oggettive e che funga da intermediario per le informazioni provenienti dall’esterno.

 

NOTE

1. Per la Comunale di Ragusa trattasi si una settantina di riduzioni per canto e pianoforte provenienti dalla biblioteca privata del senatore Pennavaria e da quella del Castello di Donnafugata; non si segnala però la pur esigua produzione di padre Filipponeri Distefano.

2. Si tratta dei documenti musicali della biblioteca De Leva conservati presso la sezione staccata di Modica.

3. Desta stupore il caso del cosiddetto aulos, un flauto diritto integro attribuito al periodo greco classico (?) ritrovato durante alcuni scavi nella zona di Ragusa Inferiore e del quale si ha solo uno schizzo presso il Museo Archeologico di Ragusa perché posseduto da privato: se gli studiosi avranno la possibilità di esaminarlo esso, qualora la presunta datazione e lo stato di conservazione vengano confermati, potrebbe risultare essere un unicum in Sicilia.